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il sito di Walter Piva

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Tracce nascoste

 
 

 
Sentivo un gran male alle mani.
Disteso per terra, solo. Sotto lo scroscio dell’acqua piovana, suonano sorde le imprecazioni.
La pioggia ha un sapore diverso da quello delle lacrime, la senti sulle labbra, arriva da molto più in alto ma fa meno male.
Lei non è qui neanche oggi, meta ambita rinnegata.
Illusione meditata, dov’è che ti nascondi?
Non c’è più nessuno. Era giunta l’ora.. stavo per chiudere il sipario.
Il giusto epilogo, quello che avevo sempre desiderato.. estremo.. teatrale.
Dona importanza e magnificenza una posa simile durante i titoli di coda.
L’inquadratura è tutta per te, un finale che ti protegge dal terrore di essere stato solo una comparsa.
 
Ma ad un tratto lui.
Mi era sempre stato vicino, sin da bambino.
Lo immaginai come un destriero, un cavallo alato, forse perché cavalcandolo mi sentissi principe, io.. Re mancato.
Quando avvertivo male di vivere, e pure il cantare era vano, uscivo da me.. e correvo...
Il fiato non bastava, ma le mie gambe erano tronchi d'albero secolare, mi reggevano, mi portavano a superare ciò che non vedevo.
Oggi neanche questo sarebbe bastato, lui lo sa.
Un sorpasso, mentre intorno si scioglie il dipinto ad olio.
Il tempo di alzare il colletto, tra poco prenderemo il volo. E sarà tempo di rivincite.



I bambini sulla spiaggia scavano cercando l'acqua.
L'uomo guarda in alto sognando il cielo.
Non si chiede mai perché gli uccelli amano così tanto il mare sotto il loro corpo.
Adesso, dall'alto.. credo di aver capito.
E' il mare lo spettacolo più bello da quassù, ci si stanca alla lunga di quest'azzurro senza sale. E' aria, solo aria.
Anch'io amai il cielo, come quei bambini scavavo la sabbia.. ma l'innocenza era perduta.
Io cercavo il fondo.. volevo sapere cosa mi aspettava dall'altra parte.
L'uomo punta al cielo, patria degli dei, oltre degli uomini.
Oggi che lo possiedo guardo l'oceano, fonte di vita, porto d’ogni viaggiatore.
Tutto ciò che è distante sembra poterci donare qualcosa. Diventa meta.
Chissà perché poi. E' curioso.
Basti pensare che il primo ricordo che ho della mia infanzia è la neve.
Avevo un anno o meno, per la prima volta calpestavo quello strano prato bianco.
M’incuriosì molto il fatto che se ne potesse prendere pezzi in mano.
Senza guanti ne afferrai una palla.. ma il gelo cominciò a bruciare.. dovetti gettarla.
Perché non potevo tenerla in mano? Non mi diedi per vinto, ripresi, bruciò, gettai.
Credo di aver ripetuto l'atto almeno quattro o cinque volte, mentre gli altri bimbi cominciavano a godere dei loro slittini.


Era un segno. Ad innocenza perduta scavi il fondo, non cerchi l’acqua.
Finché finisci per toccarlo.. il fondo.
Capisci che dall’altra parte non è aria il cemento. Non è il sogno dell’uomo nuotare.
Anche dall’altra parte sei esteso.
Ma ad un tempo finito.
 
Chi sono, chi ero.. chi volevo essere.
Permettere a una stella di esser mia, lasciare al cielo un po’ di sale così che piova mare nei luoghi di montagna.. dove la prima neve ha smesso di essere magia.
Avrei voluto dedicarle a lei queste parole, ma non arrivò mai il momento giusto.
Non nevicò mai accompagnandola a casa, solo tanta pioggia.
Lei che non aveva mai avuto il sole, era un sogno per me.. che non l'avevo avuta mai.
Mi sarebbe piaciuto mostrarle uno dei miei tramonti, quelli che vedo dal mare.
Il sole annega, incendia l’acqua. Non ci sono monti a rovinare questo spettacolo.
Quante volte passai in macchina senza farmi distrarre da ciò.
La magia era stata sconfitta dall’abitudine, il palloncino in mano non venne più tenuto.
Non bastava la sua forza per tirarmi su.
Con lei invece.. bhe sì.. con lei sarebbe stato diverso.
Rossa, come i falò delle sere d’estate, avrebbe ridato senso ad un palloncino.

 
E' uno dei segreti che l'artista non vorrebbe mai rivelare.
Coltiva la sua musa, sa di averne bisogno. Sono le utopie a mettere le ali ai nostri sogni.
Lui è molto orgoglioso, finge che un giorno potrà farne a meno.
Si spegne se la sua immagine si annebbia. Rimane senza spada, senza perché.
Senza utopia.. senza meta.

E mi preme chiederlo a questo punto, qual è la nostra meta?
Da molto che sorvoliamo l’oceano, fa freddo a quest’altezza.
Lui capisce, scende di quota.
Adesso siamo quasi al livello del mare, quello che desideravo.
Posso sfiorare l'acqua con le mie mani, sono aperte, non fanno più male.
La leggerezza sopra il mio destriero, quella di un bambino.
Respiro, sorrido.


Ma è inaspettato il tempo.
Venti fortissimi si sollevano creando non pochi problemi al volo del mio destriero.
Io mi tengo stretto a lui, sento lo sforzo che compie nel riprendere quota.
Le sue ali insistono ma la natura vince sul sogno.
Onde gigantesche cominciano a sommergerci. Immense, titaniche cascate.
Per un attimo sembriamo uscirne.. ma non riesco a tenere la presa.. cado.

 



La pressione dell’acqua è opposta.. continua a spingermi giù.
Quando mi accorgo che ho raggiunto una profondità tale da non vedere il soffitto comincio a preoccuparmi.
Poi però una luce, una luce meravigliosa.
Una creatura bellissima, inarrivabile, muove i suoi capelli con un’armonia pari a quella con cui muove il corpo.
Solo guardandola nuotare me ne innamoro.
Deve essere una sirena, così le hanno descritte nei miti.
Si accorge che sono in difficoltà, si avvicina.. e baciandomi mi da respiro.

 



Mi lascio abbracciare.. mentre risaliamo a galla.
Saliamo su.. su e ancora su. Senza lasciare tracce.
Finche, una volta fuori dall'acqua, proseguiamo in volo.. sino a rimanere a mezz'aria.


 
E’ il mio turno adesso, tocca a me farla respirare.
Ma non mi riesce del tutto, lei è costretta a lasciarsi andare, torna alla fonte.
Solo l’arrivo tempestivo del mio destriero mi salva dal ricadere giù.

I raggi del sole mi asciugano, sono gli ultimi del giorno.
In questi momenti ci si affida all’arte. Si fa ordine fra le parole, le visioni, i rumori.
L’unico modo per sentirsi meno straniero.
Restare fermo.. ad ascoltare un muto canto.
Coda posta all’eternità, su un testo che non ho scritto mai.
Io, Gualtiero, sporco appena d’infinità, speravo in una storia che mai potesse fare il tempo.
Fermavo il vento dentro ad un respiro,
e nudo per sembrare un po’ più vero
vagavo a piedi come un uccello e poi una volta stanco volavo come un uomo.
Attesi il tramonto della luna, offrì da bere ad un assetato mare.
Mi accorsi di esistere.

Lui può capirmi, i suoi occhi neri sembra quasi reagire alle mie parole.
Proseguiamo ancora un po’ il nostro volo, finché sento di dover riposo alle mie parole.
E lui alle sue ali.
Stanco, mi torna in mente la mia sirena. Immagino di poterle cantare sottovoce.
Ma è troppo tardi. Avvistiamo una grotta scavata sulla roccia, sembra un riparo sicuro.. la riva ci accoglie.
 

 
Qui è dove il mare finisce il suo percorso.. non è mai un naufragio.
L’onda sbuffa, poi torna nostalgicamente indietro.
Lasciamo le nostre orme sulla sabbia.. ci addentriamo nella grotta.
Non più di tanto, non serve.
Lui si distende, il suo manto bianco mi fa da cuscino.
Per un attimo la vedo nuotare fra i miei pensieri.
Poi accolgo il sonno.. si dice che il povero durante il sonno vede la ricchezza, sogno e ambizione.
Il ricco la povertà, incubo e paura.
Non è facile distinguerli per chi non li conosce del tutto.
Un tempo mi vestì di una tunica blu e girai il mondo per salvare la mia donna.
Mi sentì ricco.. ma la ragione mi uccise:
quella non era la mia storia.
A quel punto sognai.. un medaglione, un destriero.
Storie d'eroi.

 

 

Tratto dal primo capitolo del libro "Esteso ad un tempo finito" di R. Walter Piva
Disegni di Dalila Esposito
 

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